Banca Etruria: la punta dell’iceberg

In queste settimane di fine 2015 continuano a verificarsi scandali che coinvolgono politici e responsabili delle istituzioni della Repubblica Italiana, e che scandalizzano tutti i cittadini onesti di questo paese. Il caso di Banca Etruria – e delle altre banche – è grave, ma certamente sarebbe stato meno comprensibile se fosse stato l’unico caso nella storia della nostra Repubblica.
Ma per chi ha buona memoria, come gli storici, gli studiosi, i documentaristi e i giornalisti, questi non sono fatti nuovi. Tutti loro dovrebbero infatti ricordare i fatti accaduti già nel recente passato, come lo scandalo di Tangentopoli, che aveva generato un giro vertiginoso di ruberie e corruzioni, causate dall’adorazione del dio denaro.
Alle banche arrivavano quattrini da ogni parte, con giri d’affari spesso fasulli o illeciti.
Le ruberie messe in atto hanno generato grandi ricchezze senza produrre mai nulla. Alcune banche erano strettamente legate alla Banca d’Italia, e quindi dovevano sottostarvi; quelle che invece non erano strettamente legate ad esse, dovevano sottostare a quelle banche di grandi dimensioni che avevano il monopolio economico degli affari e movimentavano l’ingente quantità di denaro che ricevevano dalla Banca d’Italia.
I movimenti di denaro esistenti tra le due banche non sono mai stati resi pubblici. Ciò che si è sempre saputo era l’importo del debito pubblico, ma la destinazione del denaro in uscita non era affatto chiara.
Tutti ricordiamo che grandi industrie ricevevano soldi dallo Stato, facendo capire che fossero finanziamenti a fondo perduto, come nel caso della Fiat, che aveva bisogno di una tranquillità politica per non abbandonare l’Italia, e che chiedeva questi finanziamenti. Sono stati dunque i politici a non comprendere bene il da farsi.
Tutti questi finanziamenti erano a carico della Banca d’Italia. Il governatore Paolo Baffi, dopo essere stato indagato, lasciò l’incarico nel 1979 con 43.000 miliardi di lire di debito. Successivamente subentrò Carlo Azeglio Ciampi fino al 1993, che portò il debito pubblico a 2.600.000 miliardi di lire in tredici anni, non riuscendo mai a spiegare dove fosse finito quel fiume di denaro di debito pubblico che tutt’oggi abbiamo.
Dopo, succedette Antonio Fazio, portando il debito a oltre 3.300.000 miliardi di lire.
Ciampi non è mai stato indagato, ma egli stesso andava a caccia di capri espiatori, per poter incolpare qualcuno, come il sottoscritto, che all’epoca aveva una dozzina di conti correnti intestati alla propria ditta per lo sviluppo di ricerche tecnologiche, con l’obiettivo di ottenere dei semplici castelletti di pochi milioni di euro ciascuno.
Successivamente è scoppiata Tangentopoli, ma della Banca d’Italia non si è più parlato. Le banche che manovrano quattrini in tutte le direzioni ne approfittarono per chiedere i danni allo Stato, mentre si continuava a lasciare nell’ombra la questione del debito pubblico, con personaggi che ottenevano falsi risarcimenti dalle banche “amiche” dei responsabili della Banca d’Italia. Dopo aver individuato nel sottoscritto un capro espiatorio, hanno pensato bene di aver “risolto” tutte le infami ruberie che la Banca ha commesso fin dal governatore Paolo Baffi, e poi con Ciampi e Antonio Fazio.
Due di loro sono stati indagati, mentre Ciampi non ha mai spiegato le ragioni di quell’ammanco di denaro, per cosa fosse stato impiegato e per quale motivo.
Adesso attendo che le banche da me denunciate alla procura di Milano mi restituiscano il mio denaro, compreso il libretto di risparmio che la Corte d’Appello detiene abusivamente in seguito a un sequestro conservativo decaduto nel 1991.
Aspetto anche che i responsabili delle istituzioni vengano arrestati come previsto dal Codice penale italiano.

Santi Scuderi