Cinquant’anni di scioperi e il caso Fiat

La Repubblica democratica Italiana, che, come recita la Costituzione, è fondata sul lavoro, dovrebbe proteggere i lavoratori, le industrie e gli imprenditori di ogni settore, riconoscendo il diritto al lavoro e, quindi, alla vita sociale. Quando queste regole non vengono rispettate, significa che nessuno di noi ha più garanzie nella vita di tutti i giorni. Non capisco come in questi ultimi tempi, i politici e i sindacati non riescano a porre fine a tutti gli scioperi che ci sono da oltre cinquant’anni, scioperi che non permettono di concludere niente e che, al contrario, fanno andare in fumo milioni di ore di lavoro, con il conseguente danno per i lavoratori, che, anche quando riescono a ottenere qualche risultato, questo avrà effetto solo per pochi mesi – o forse anche per pochi giorni –, a causa dei mancati controlli dei prodotti di consumo, il cui prezzo così lievita, con la conseguenza che i risultati diventano negativi. A questo punto dovrebbero entrare in campo le forze dell’ordine, segnalando l’inutilità e il danno degli scioperi.
C’è da dire che chi doveva vincere – cioè i lavoratori – non ha vinto, mentre ha vinto lo Stato, risparmiando sui mezzi pubblici, che per una giornata non hanno viaggiato, e sugli stipendi dei lavoratori che hanno aderito allo sciopero.
Come risolvere dunque il problema dei falsi e inutili scioperi?
In realtà è molto semplice: sarebbe sufficiente applicare le norme democratiche contenute nella Costituzione e, qualora non ci fossero tutte quelle necessarie, apportare qualche piccola correzione. Infatti, come tutti sanno, lo sciopero è un diritto civile sancito dalla Costituzione, presente nei Paesi democratici e con lo scopo di tutelare i lavoratori che producono ricchezza e salvaguardare l’imprenditore, che non deve apparire come uno sfruttatore.
Lo sciopero, inoltre, dovrebbe essere messo in atto solo dopo aver utilizzato gli altri due livelli: il primo è quello della segnalazione del disagio economico dei lavoratori, il secondo consiste nel concludere a tavolino la questione – con il dialogo tra gli organi competenti (politici, sindacati, imprenditori) –, tentando di non arrivare mai al terzo livello, cioè al vero e proprio sciopero.
Non dobbiamo dimenticare che l’imprenditore sarà sempre interessato al proprio dipendente, perché è proprio quest’ultimo a produrre ricchezza attraverso il suo valore aggiunto; se ciò non avviene, è chiaro che l’imprenditore non potrà tenerlo al lavoro oltre i tre mesi di rodaggio del rendimento lavorativo, licenziandolo o allontanandolo, in particolare quando si tratta di piccole aziende. Quando si verifica questa circostanza, interviene lo Stato, che garantisce lo stipendio mancante attraverso il denaro versato dai contribuenti; quest’ultimo “fondo”, infatti, è giusto che venga impiegato per il sostentamento del cittadino, soddisfacendo tutti i bisogni primari, proprio come avviene nei Paesi democratici.
Nonostante questo Stato sia amministrato prevalentemente da persone incapaci e molto ignoranti, sarei comunque disponibile a ricoprire il ruolo di primo consigliere politico della Camera dei Deputati. Sono molte, infatti, le persone che, sentendomi parlare, nonostante io abbia un’età avanzata, rimangono stupefatti per i grandi pensieri e i sani insegnamenti da mettere in pratica. Ciò che manca alle scuole di oggi è l’esperienza moderna e la saggezza che il sottoscritto scienziato Scuderi possiede sin nel profondo del proprio DNA.

Adesso, vorrei spendere qualche parola a favore della Fiat (azienda e operai).
La maggior parte delle persone italiane ha sempre criticato questa azienda per aver ricevuto finanziamenti dallo Stato Italiano ed essersi adesso trasferita negli Stati Uniti. Ma, se ciò è avvenuto, è stato solo per evitare il fallimento della storica ditta; in Italia, infatti, i dipendenti percepivano retribuzioni di un importo inferiore alla metà di quello percepito in Paesi come la Germania, ma, nonostante questo, le automobili, di media qualità, avevano un costo finale superiore al 10% del valore reale, quindi fuori mercato.
L’accusa relativa ai finanziamenti statali è ingiusta perché questa azienda è un orgoglio nazionale che ha prodotto auto per il mercato mondiale, dando ricchezza e benessere sociale a centinaia di realtà industriali collegate.
Oggi la produzione non avviene più in Italia, ma in diversi Paesi, compresi gli Stati Uniti, dove la manodopera è il doppio di quella italiana, riuscendo così a fare mercato. La Fiat, in realtà, era – e forse ancora è – una delle realtà di produzione più importanti, in grado di trasferire nuove tecnologie a molte industrie.
Bisogna anche sfatare il mito che la Fiat “fregasse” lo Stato Italiano con i finanziamenti a fondo perduto. In realtà, la Fiat riceveva soldi dallo Stato per via della mancata produttività, causata dall’assenza di dialogo tra le forze politiche, i sindacati e l’impresa prima di giungere allo sciopero; inoltre, essendo un’azienda privata e non potendo produrre i propri prodotti, da molto tempo minacciava trasferimenti produttivi nei Paesi in cui già era presente con una buona produttività.
Per questo motivo molti politici concedevano centinaia di milioni di lire a fondo perduto, per evitare che l’azienda chiudesse e spingesse alla rovina l’Italia intera, con tutte le centinaia di ditte collegate.
La chiusura di questa gloriosa industria è stata completata forse da “occulti tradimenti”, dall’ignoranza degli esponenti politici – che viaggiavano con automobili straniere anziché con quelle italiane –, oppure da precise scelte? Questo non lo so, ma certamente il danno verificatosi lo stiamo patendo tutti, incrementato dalla cosiddetta crisi mondiale.

Santi Scuderi