Come s’impoverì l’Italia

CON LA DISTRUZIONE DELL’INDUSTRIA E DEL MERCATO, E CON LA DIFFICOLTÀ DI RIPRESA

Il termine ricchezza possiede mille diverse sfumature, applicabili sia al bene che al male. Quella più importante si riferisce al materialistico accumulo di ciò che l’uomo produce, spesso convertendolo in beni stabili e di riserva come garanzia per il domani: questa è la formula personale di chi produce ricchezza e la conserva per il futuro (come la formica).
Tutto questo potrebbe essere valido se la ricchezza fosse rimessa in circolazione impiegandola per lo sviluppo del lavoro, senza tenerla interamente ferma in banca, caso in cui, al contrario, si creerebbe un eccessivo accumulo di denaro e quindi un danno sociale.
La moneta è di tutti e tutti devono partecipare alla produzione di ricchezza, anche per semplici servizi, nessuno escluso. Non si tratta di ricchezza quando qualcuno si arricchisce con servizi o beni a costi troppo elevati, caratterizzati da sproporzionati valori aggiunti, dopo che sono stati prodotti da persone che hanno ricevuto una retribuzione bassissima, e tutto questo senza che l’acquirente se ne renda conto. Il sistema concorrenziale nazionale è un sistema valido, purché rimanga nelle giuste proporzioni di guadagno dichiarato dai contributi per lo Stato. È chiaro che, a livello locale, se un’azienda o un semplice bar lavora bene e magari aggiunge qualcosa sul prezzo lo fa per sviluppare la propria attività: in questo caso è una giusta ricchezza.
Dunque, purché un Paese stia bene è necessario che tutta la popolazione partecipi alle forme di guadagno e alla vita sociale.

Ricordo come se fosse oggi quando, durante l’ultima guerra mondiale, i rapporti con i Paesi stranieri erano stati interrotti a causa della crisi presente in Italia; per questo era necessario utilizzare prodotti nazionali e locali.
Con malinconia e dolore ricordo il mio povero nonno materno che diceva di essere amareggiato e di non poter più mangiare, prima di morire, lo stoccafisso, cibo che gli piaceva moltissimo, ma che doveva essere importato dai Paesi Bassi. Giunse solo dopo la fine della guerra, quando i rapporti commerciali tornarono alla normalità.
Insomma, all’epoca, il Paese per non cadere nel baratro della povertà assoluta, mise in atto la famosa “autarchia”.
Voglio fare un accostamento interessante.
Una sera, durante una delle cene a cui venivo periodicamente invitato – in questo caso in Svizzera, presso una famiglia medio-borghese – venne servito un dessert a base di fragole. Mentre lo assaggiavo, mi venne chiesto come lo trovavo; io risposi che era buonissimo ma che le fragole non erano quella che avevo visto prima al supermercato di zona. Chiesi allora dove le avessero comprate: non erano le fragole provenienti da Cesenatico, mature, belle e profumate che avevo visto io; venendo a conoscenza anche del prezzo, gli feci notare come le fragole locali costassero il doppio e fossero persino poco mature. Da perfetti Svizzeri mi risposero: “È vero, ma noi Svizzeri la pensiamo diversamente! Aiutiamo prima di tutto la nostra agricoltura, che altrimenti morirebbe”. Io fui d’accordo.
Purtroppo in Italia questo non avviene – mancando anche persone con cui avere questo tipo di scambi “culturali” e di “civiltà”.
Un Paese può crescere solamente se tutti collaborano, con il rispetto reciproco l’uno per l’altro, con la creatività e il dovuto pagamento delle tasse.
Anche l’amore per il proprio Paese è molto importante, in mancanza di questo, infatti, la nazione non solo non cresce, ma va verso la povertà, come è avvenuto da noi in questi ultimi trent’anni.

Poi è bene accennare agli inserimenti di prodotti commerciali. Per esempio: se in un film o in una soap si vede spesso un marchio di un determinato prodotto, il telespettatore sarà orientato ad acquistarlo anche se il corrispondente prodotto nazionale potrebbe essere migliore; così si allargherà il mercato di quel prodotto che in realtà non è superiore al nostro. Questo avviene per mancanza di cultura del popolo italiano, di sviluppo del lavoro e di ricchezza sociale del Paese.
All’inizio degli anni ’50, c’è stata un’auto francese che si chiamava Daufin; il mercato italiano ne venne talmente invaso che questa macchina fu venduta molto più della Fiat 600, di maggiore qualità: per fortuna, il successo commerciale della Daufin durò poco.
Inoltre, in quegli stessi anni, moltissimi preti, come se fossero azionisti della Volkswagen, possedevano questa auto, così che anche molti italiani la acquistavano, ma la Fiat, grazie alla qualità della sua produzione, riuscì a reggere.
All’inizio degli anni ’60 la popolarità dell’automobile italiana era al massimo nel mondo sia per il designer che per alte qualità. La Fiat ha poi esteso la sua produzione in Europa e non solo, giungendo persino in Russia. Anche l’Alfa Romeo era un’auto di successo.
A causa dell’esterofilia degli italiani, si è verificata una perdita dei nostri prodotti: sono stati i politici i primi a non utilizzare, per i loro spostamenti, le automobili italiane.
Ed ecco cosa avvenne: gli stranieri, attenti osservatori e simpatizzanti per i prodotti italiani – auto comprese – misero in atto una forma di imprinting commerciale, decidendo di non acquistare più auto italiane, con una conseguente perdita sul mercato internazionale.
Ma la cosa più grave è stata la simpatia degli italiani verso automobili straniere, che ha innescato la povertà commerciale e lavorativa italiana. Così, non solo la nostra industria dell’auto si ferma, ma si ferma tutta l’economia del Paese, dal momento che numerosissime fabbriche sono legate al settore automobilistico, come l’Ilva.
Se si dovesse riprendere l’economia, esiste un’altra questione problematica: la distruzione dell’industria. Oggi, e almeno per i prossimi vent’anni, è necessario acquistare i ricambi per milioni di auto di lusso, con costi elevatissimi e sproporzionati.
Di questo danno ne risponderà solo la povera gente che pagherà le sofferenze del lavoro e della disperazione dopo che i politici – tutti o quasi – si sono resi responsabili dell’utilizzo di queste macchine, incentivando inoltre l’acquisto di prodotti esteri, anziché suggerire di viaggiare su auto italiane, che sono state e sono ancora regine indiscusse di qualità e di bellezza.

Santi Scuderi