PIL di tutti non per tutti

Quanto segue potrebbe sembrare una provocazione ma, al contrario, si tratta di una lunga riflessione su quale sia la vera ricchezza per ogni persona che rispetta e ama il prossimo, nel proprio Paese e nel mondo. Quello che penso sia giusto è che non si debba possedere ricchezza liquida oltre il necessario; il denaro in eccesso va investito per creare lavoro e benessere per tutti. Se ciò non avviene, vuol dire che della vera ricchezza se n’è appropriato chi non l’ha prodotta, causando disuguaglianza e impoverimento sociale.

Da alcuni anni si continua a parlare degli esorbitanti guadagni realizzati dai dirigenti delle pubbliche istituzioni, guadagni che, come sappiamo, non sono il frutto di creatività e inventiva, né di un lavoro basato sulla concorrenza e, quindi, sulla meritocrazia professionale. Se, infatti, si trattasse di un’azienda privata, allora si parlerebbe di professionalità in grado di generare arricchimento frutto del merito degli amministratori. Invece voglio soffermarmi su chi lavora o dirige le varie istituzioni statali, politiche e giuridiche, e che riceve un compenso prestabilito.
Io ritengo che le scale di attribuzione di questo compenso debbano essere suddivise in cinque livelli, così da non generare stipendi talmente alti da minare il sistema di autocontrollo dei prezzi degli esercenti. A causa della cattiva amministrazione della ricchezza, infatti, i prezzi dei prodotti venduti nei negozi subiscono un notevole incremento, a danno dei consumatori e, in particolare, di chi percepisce uno stipendio fisso e lavora in maniera onesta. Per questo motivo, lo Stato dovrebbe effettuare maggiori controlli.
La causa di tutto questo è lo squilibrio esistente tra stipendi estremamente elevati e stipendi talmente bassi da non permettere delle volte alle famiglie di arrivare alla quarta settimana del mese. A patirne le conseguenze sono principalmente i pensionati, che percepiscono una pensione decisamente esigua – soprattutto se la si considera in rapporto a quelle particolarmente alte – e che non possono acquistare comodamente neanche i beni di prima necessità, per via di prezzi troppo elevati, che sarebbe necessario controllare attraverso un sistema simile all’annonaria di un tempo.

Tornando al discorso iniziale, è evidente che la ricchezza è positiva solo quando è il frutto del merito e non deriva da meccanismi illeciti o da dirigenze statali. Infatti, è a dir poco scandaloso che molti politici e magistrati percepiscano uno stipendio di gran lunga superiore a quello del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che rappresenta oltre 300 milioni di persone.
A tal proposito, poco tempo fa, Padre Raniero Cantalamessa ha proposto che nessuno debba avere uno stipendio superiore a cento volte quello del proprio dipendente. Camillo Olivetti, quando realizzò la famosa macchina da scrivere M24, disse che nessuno dei dirigenti industriali avrebbe dovuto superare di dieci volte (rapporto valido solo se ben meritato) lo stipendio percepito da un operaio. Papa Francesco, sin dal primo giorno di pontificato, ha sempre fatto capire di essere contro il desiderio di arricchimento di chi approfitta dei propri dipendenti. Ha persino definito sterco il denaro, definizione sicuramente adatta quando la ricchezza non è stata realizzata dalla propria e onesta fatica.
Di tutto questo parlo da diversi anni sul mio sito. Inoltre, digitando “Partito di giustizia umana e sociale autotelesos” su Google, troverete quanto detto.
Va anche ricordato che in Italia (e forse in pochi altri Paesi) esiste un “clientelismo di Stato”, in cui si hanno dipendenti e amministratori statali che non producono ricchezza, ma che, senza meriti, vengono remunerati con il denaro di chi, al contrario, la ricchezza la produce. A differenza del dipendente pubblico a cui è assicurato un lavoro stabile, e che sembra quasi non possa essere richiamato ai doveri quando non svolge il suo compito (in questi casi si ha un abuso dell’articolo 18), il dipendente di un’azienda privata può divenire disoccupato da un momento all’altro, senza stipendio e senza alcuna sicurezza. È per questo che la ricchezza del lavoro dovrebbe essere garantita a tutti, senza discriminazioni e privilegi.

Adesso voglio fare una grande provocazione. Riguarda l’infame ricchezza accumulata da tante persone, nel passato e nel presente; ricchezza prodotta non dalle proprie capacità materiali e intellettive, ma sottratta a chi l’ha realmente realizzata in modo onesto e con fatica. Inoltre, è bene considerare la ricchezza basata su progetti e brevetti. Quest’ultima è ricchezza culturale destinata a essere trasformata in ricchezza materiale dalla massa, sia per la progettazione sia per la commercializzazione.
L’Italia è un Paese ricco più di quanto si possa immaginare. Purtroppo la ricchezza è divisa in modo errato o viene fatta sparire da furbi e disonesti, che confondono le ricchezze proprie con quelle prodotte da altri, non contribuendo, tra l’altro, all’erario. Le industrie producono ricchezza, ma i costi di gestione sono elevatissimi. Molte aziende, infatti, lavorano in uno stato di grande difficoltà, non sapendo spesso come rimanere sul mercato e cercando di resistere solamente per amore dei propri dipendenti.
Numerose, poi, per avidità di denaro o per difficoltà economiche, lasciano l’Italia, spostandosi in quei Paesi in cui potranno produrre a costi bassissimi (ad esempio nei settori delle calzature, dell’abbigliamento, dell’auto, etc.). Questo modo di produrre all’estero mi fa ripensare all’inizio degli anni ’50, quando molte industrie – come quelle delle famose moto italiane – finirono in estremo Oriente, modificando persino il nome del marchio, e quindi facendo arricchire quell’area geografica.
Tutto ciò sta avvenendo nuovamente con numerose aziende che continuano ad andare via o a delocalizzare.
I responsabili sono in tanti, a esclusione degli industriali e dei dipendenti vittime della situazione attuale.

Prima di concludere, voglio accennare a un’altra notizia. Sui media è stato riportato che, nonostante la crisi economica esistente in Italia, la ricchezza prodotta da 600.000 persone finisce esattamente nelle mani di 10.000. Se è così (ed io non ne ho dubbi), bisogna approfondire e trovare chi approfitta di questa situazione infame, impoverendo chi produce pura ricchezza.

Allo stato attuale, il PIL italiano – nonostante la disoccupazione e le industrie che chiudono – è di circa 30.900 € pro capite, compresi bambini e anziani. Da questa cifra va sottratta la somma di tutti i servizi che lo Stato ci deve assicurare che è di circa il 38%. Rimangono così 19.158 € pro capite. Questo vuol dire che ognuno di noi dovrebbe avere le risorse necessarie per vivere più che dignitosamente. Ma, al contrario, esistono persone che rischiano di morire di fame, che non sanno dove dormire e che non hanno neanche i beni di prima necessità.
Infatti, lo Stato, con il denaro che “incamera”, dovrebbe assistere tutti i cittadini che ne hanno bisogno.
Tra l’altro, considero molto negativamente tutti i “falsi commercianti” che, nei Paesi del terzo mondo, comprano o producono oggetti con un “investimento” minimo (5/10 €), per poi rivenderli in Italia a caro prezzo (anche 500 €), realizzando così un doppio sfruttamento: il primo nei confronti dei lavoratori costretti a vivere con una ciotola di riso; il secondo verso tutti noi, che veniamo depredati del denaro prodotto col sudore della fronte. Anche su questo argomento ci sarebbe molto da dire: ad esempio di come la ricchezza sia sempre finita in mano a persone disoneste che impongono, in particolar modo ai giovani, di acquistare determinati prodotti a prezzi esorbitanti, che in realtà provengono da Paesi in cui vengono realizzati a basso costo.

Ad ogni modo, non bisogna dimenticare che le tasse vengono riscosse non solo perché lo Stato deve mantenere tutti i servizi necessari per il Paese, ma anche perché rappresentano l’equilibrio della ricchezza prodotta come se fosse divisa fra tutti: quando l’imprenditore produce ricchezza, tenendo per sé quella necessaria alla sua vita, il resto non dovrà essere accumulato, ma messo in circolazione, creando lavoro per il bene sociale, senza nasconderlo in paradisi fiscali come frequentemente è accaduto in questi ultimi decenni. Ciò fa pensare che le persone che si comportano in questo modo sono immorali e senza dignità né umana né sociale, e che agiscono senza il controllo della legge o, paradossalmente, sono da quest’ultima agevolati.
La ricchezza che eccede al fabbisogno di ognuno di noi deve essere impiegata per creare benessere sociale e sviluppo. Perciò non deve essere accumulata per arricchimento personale. Anche il profitto dell’azienda va sempre rimesso in circolo per creare nuovi posti di lavoro.
Così facendo si creerà ricchezza e benessere per tutti, evitando l’ammasso spropositato nelle mani di pochi individui, a discapito di chi ha realmente prodotto.
Fermo restando quanto sopra detto, non va dimenticato che la ricchezza che proviene dalla natura e dalla manipolazione dell’uomo è comune e va divisa fra tutti, secondo parametri di merito; in particolare ogni retribuzione non dovrà superare di dieci volte la prima mensilità dell’operaio semplice, mentre il professionista potrà effettuare risparmi maggiori di quelli del semplice operaio. L’industriale per vivere avrà bisogno degli stessi prodotti di cui necessita il suo dipendente, ma potrà effettuare maggiori risparmi; inoltre, non dovrà tenere il surplus per sé, poiché il denaro prodotto è ricchezza comune, che deve essere rimessa in circolo per modernizzare l’azienda e creare lavoro e ricchezza per il bene di tutti.

Santino Scuderi