Psichiatria e malattie varie da tenere sotto controllo

Psichiatria e malattie varie da tenere sotto controllo

Ognuno deve essere il primo medico di se stesso.

Solo così il medico potrà fare una giusta diagnonosi per un’esatta terapia

 

Libro di psichiatria popolare e sociale per un mercato d’interesse popolare atto a stare in guardia sulle avversità della vita di cui ognuno di noi può rimanere vittima senza accorgersene.

 

Psicologia logica umana tradita, sulla quale spesso vengono diagnosticate forme di paranoia e di schizofrenia mentale.

Per me queste sono diagnosi difficili, da valutare attentamente e con molta serietà, salvo i rari casi eccezionali, manifestati durante la prima infanzia.

Dopo di che, se mancano le condizioni psicologiche umane e sociali, allora vengono a mancare gli equilibri mentali ed emergono, quindi, tutte quelle patologie degenerative legate alla psichiatria mentale, dall’umore all’ansia, dalla persecuzione paranoica alla schizofrenia.

Chi afferma questa tesi è uno scienziato che vanta parecchi riconoscimenti internazionali, sia pure in campi diversi, ma appartenenti sempre alla ricerca scientifica e psicologica. Apparentemente sembra che non abbiano niente a che vedere con la psichiatria umana, ma sempre di ricerca si tratta. Se si analizzano bene e attentamente, in realtà qualcosa li lega tra loro: la scienza medica mentale è scienza dell’invenzione tecnologica, nuova e innovativa.

Infatti, un esempio tangibile l’abbiamo avuto nei secoli scorsi, quando i vari scienziati come Leonardo Da Vinci e Thomas Verny affermavano le loro teorie, anche se il popolo all’epoca era incredulo e loro erano definiti dei pazzi. Venivano così definiti perché il popolo di fronte ai ricercatori appariva di mente dormiente, mentre il DNA di quest’ultimi era invece sveglio e attivo nel pensare e progettare cose avveniristiche e possibili. Chi parla delle malattie mentali le ha personalmente studiate, oltre che sofferte per venticinque anni di persecuzioni infami da parte dello Stato italiano, che non avrebbero dovuto coinvolgerlo in fatti giudiziari.

PREMESSA

La storia che sto per raccontare potrebbe sembrare originata da pura fantasia per creare un libro, oppure da teorie immaginate, ma non attentamente provate. Di tutto quanto scritto non c’è nulla da dubitare: si tratta soltanto di fatti accaduti che hanno dell’incredibile, tanto da poter sembrare inverosimili. Nulla di tutto questo. I fatti che narrerò hanno coinvolto due fratelli, al primo, il maggiore, sono accaduti durante gli anni ’50, subito dopo l’avvento della “democrazia”, ma con la presenza di atteggiamenti fascistoidi da parte di chi deteneva anche piccoli poteri, sufficienti, però per agire. Il secondo fratello, invece, la pensava diversamente da quella branca teorica della medicina che considerava, e considera ancora, la schizofrenia una malattia genetica, che io, al contrario, sin da ragazzo, ho sempre considerato “malattia sociale”. Il tempo mi ha dato ragione, ma sono dovuti passare ben sessant’anni prima di sentire un’emittente autorevole di Stato comunicare la scoperta secondo cui le patologie della psiche raramente possono essere di origine genetica, ma, per l’appunto, sociale. A questo punto mi sono detto che la teoria sostenuta da ragazzo era una teoria vera e importante per la medicina moderna, atta a cancellare quanto di teorico esisteva sull’impossibilità di una cura.

Il primo caso avvenne all’inizio degli anni ‘50, mentre il secondo nel 1986, al fratello minore, quello che considerava la schizofrenia una patologia sociale.

Detta teoria l’avevo espressa al professore direttore dell’ospedale psichiatrico di Messina, il prof. Motta, professionista di rilevanza internazionale. Ma questo respinse la mia posizione secondo la quale le cure vere ed efficaci potevano essere quelle volte a tranquillizzare i pazienti, senza parlare di alcun tipo di “problema”.

Infatti, non erano così le terapie usate da tutti gli psichiatri per curare i presunti affetti da tali patologie. Avevano basi d’insegnamento universitario certamente non corrette. Oggi questa mia “teoria” è adeguata alle nuove cure che si stanno applicando nei Paesi occidentali, anche perché le ricerche psichiatriche internazionali, le hanno da tempo messe in pratica. Quindi, posso dire che avevo ragione da vendere già mezzo secolo fa. Credo di aver dato un grosso contributo alla conoscenza di queste patologie, che per molto tempo sono state considerate di natura genetica e non sociale.

Seguono ricerche e studi eseguiti e condotti su fatti accaduti alla persona di Santino Scuderi, che li ha subiti, ma sopportati con coraggio, come nessun altro avrebbe saputo fare. Queste storie serviranno all’intera umanità, civile e professionale, e anche alla stessa medicina, per rendersi conto di quanto sia resistente l’essere umano, ma anche molto labile in fatto di resistenza psicologica, essendo facilmente soggetto alle sollecitazioni psichiatriche.

Schizofrenia e paranoia non sono malattie mentali ereditarie, ma sono malattie create dal melessere di uno Stato e di una società incosciente ed egoista, patologie che vanno cancellate dalla letteratura medico-scientifica che le ha sempre considerate genetiche – mentre raramente hanno tale origine – e ciò lo si nota fin dalla nascita.

Colui che lo afferma è il personaggio per eccellenza che lo può dimostrare, che, personalmente, l’ha potuto studiare nei suoi particolari e in tutte le manifestazioni di sofferenza altrui e propria. A illustri professori ho sempre contestato la natura psichiatrica ed ereditaria di queste malattie, a favore, invece, di un’origine legata alle problematiche politico-economiche e socio-culturali che possono portare a una degenerazione mentale, sfociando in paranoia e schizofrenia, che fanno parte entrambe della sociologia psicologica umana e animale.

Inizio di una malattia che ha dell’incredibile.

Sono dovuti passare sessant’anni per poter presentare pubblicamente le mie ricerche sulla psichiatria umana e, forse, non solo umana.
Oggi, grazie ai diversi motori di ricerca su internet, ciò è possibile. Infatti, ho potuto realizzare vari blog in diverse ambiti per far conoscere ai cittadini cose che prima erano rimaste nascoste.
Le patologie psichiatriche sono varie, ma quasi tutte sono malattie sociali o derivate da esse.
Fino a oggi sono state considerate malattie genetiche ereditarie, mentre, al contrario, sono causate da molti fattori sociali, in primo luogo la mancata tranquillità della vita di tutti i giorni.
Vi possono essere anche quelle genetiche “ereditarie”, ma si tratta di casi molto rari che si manifestano già dalla prima età fanciullesca, che presenta debolezze psicologiche sociali e nei comportamenti generali. In altre parole, si notano evidenti anomalie fin da subito.
A questo punto, cosa fare? In primo luogo interpellare uno psicologo, egli potrà indicare a chi rivolgersi per una visita: uno psichiatra o un sociologo. Una di queste branche specialistiche potrà risolvere il problema del bambino.
Se questa visita non viene effettuata, il disturbo potrà diventare cronico, al punto tale che, avanzando l’età, diventi irreversibile, degenerando in una patologia severa e complicata come la paranoia o, ancora peggio, la schizofrenia.

Le patologie della psichiatra umana sono sempre state ricondotte a fattori d’origine genetico-ereditari. Ma il disturbo può anche essere generato da fattori igienico-sessuali, non correttamente osservati prima e al momento dell’accoppiamento.
Credevo di poter affermare che quanto sopra esposto poteva verificarsi se le dette patologie venivano correttamente individuate al momento della nascita e della crescita, con una forte prevalenza e diffusione in funzione del periodo storico, politico, economico, sociale e culturale. Ma tutto questo può avere una rilevanza minima in rapporto all’intera materia che è molto più complessa di quanto si è sempre saputo e detto fino a oggi. A questo punto dobbiamo affermare che le malattie psichiatriche sono molto complesse e che l’altissima percentuale di diffusione è d’origine sociale, essendo, ognuno di noi, potenzialmente portato a perdere l’equilibrio nella realtà sociale e a trasformarsi in una persona paranoica e schizofrenica, qualora vengono a mancare i presupposti di una vita libera e serena.
Nel nostro Paese – e non solo nel nostro –, quando vengono a mancare i presupposti della vita sociale, scattano quei meccanismi psicologici che, se non è presente una forte personalità e una resistenza alle avversità che si possano continuamente presentare, ecco che s’incorre in situazioni scabrose, che necessitano l’intervento psichiatrico, soprattutto se si è privi di quella solidità psicologica necessaria a fronteggiare le situazioni che la società ci riserva. Allora, per non cadere in questi mali, bisogna essere realisti e cercare di non farsi sopraffare dai momenti negativi, aspettando che le cose possano volgere in positivo.
Quanto ho volutamente scritto, non rappresenta una critica alla psicologia moderna e nemmeno alla psichiatria, ma un chiaro richiamo, per tutti i cittadini comuni e non solo, a tenere conto di quanto detto sopra e di quanto dirò di seguito.
Da qui comincia una storia che ha dell’incredibile, e quanto racconterò non avrà il fine di svalutare la psichiatria e la psicologia del passato, nonostante siano ancora alla ribalta teorie che in realtà non rispondono ai fatti che si conoscono oggi. Fatti che io studio dal lontano periodo del dopoguerra degli anni del fascismo, che colpirono il nostro Paese.

Intorno al 1950, il mio fratello maggiore volle arruolarsi nell’arma dei Carabinieri, arma che, al terzo anno di servizio, lo ha volutamente castigato nella personalità e nella qualità della sua bellezza umana, doti possedute e manifestate anche in onore della stessa arma dei Carabinieri. La prestanza fisica, l’altezza e la gioia di vivere non gli mancavano. Ciò che, invece, mancava era nella politica, e cioè la democrazia che era arrivata dopo il fascismo, ma che non era – e ancora non è – arrivata alla sua corretta espressione, neanche dopo sessantacinque anni.
Era presente la mentalità del dominio dittatoriale fascista che faceva avvertire l’autorità come derivante dal potere esercitato, nella falsa democrazia, scavalcando l’altro.
Un carabiniere arrivato da Roma, passato in servizio presso Catanzaro Sala, non svolgeva attività d’investigazione, ma ricopriva il ruolo di responsabile meccanico al parco auto, mestiere che conosceva bene, quindi effettuava servizio come semplice impiegato. Perciò, di tempo libero ne aveva tanto quanto un normale impiegato in una struttura civile.
La stima e il rispetto di tutti, specie i superiori, non mancava; neanche nello stesso generale dell’arma, che cercava di tenerlo come suo attendente di servizio, dove conobbe la moglie, con la quale nacque una simpatia più che fraterna. Insomma, divennero molto rispettosi l’uno dell’altra. Con il ragazzo ventiduenne, simile a un David di Donatello, nacque un bel legame umano.
Alla direzione dell’autoparco c’era un maresciallo che venne a conoscenza dell’ottimo apprezzamento del suo collega, carabiniere scelto “non graduato”. Il maresciallo, che era ben sostenuto dalla famiglia del generale, venne colto da un’invidia morbosa, tale da volerlo in qualche modo distruggere.
Allora bisognava trovare un modo per raggiungere il suo obiettivo.
Trovò come demolirlo con la forza dello sfoltimento. Si mise d’accordo con un suo collega commilitone con la stessa mentalità fascistoide, in modo da lavorare per far perdere la pazienza al giovane carabiniere. Quest’ultimo, infatti, gli consegnò un abbigliamento dell’arma sproporzionato e vecchio che, secondo lui, avrebbe dovuto indossare. Il carabiniere, rispose di non poterlo indossare per via dell’eccessiva grandezza. Allora il maresciallo fascistoide, considerando che mio fratello non voleva indossarlo, proruppe in insulti verso di lui. Subito dopo ricevette uno schiaffo. A questo punto anche il giovane carabiniere, mio fratello, reagì, dando uno schiaffo anche lui, per le continue sfottenti provocazioni. Il vigliacco maresciallo con poteri da fascistoide, d’accordo con un suo collega maresciallo medico, lo inviò all’ospedale psichiatrico (manicomio), dove rimase sette giorni per una visita di controllo, e poi in convalescenza per sei mesi a casa dei genitori.

Da allora iniziarono i problemi. L’ossessione dell’essere stato mandato in manicomio pian piano iniziò a scomparire, con l’aiuto degli psicologico e della famiglia. Ma a sei mesi dalla visita di controllo, gli ridiedero altri sei mesi di convalescenza, ripetuti poi per una terza volta, mentre gli ritiravano quanto aveva in dotazione, compresa la pistola ancora in suo possesso. Nell’arco dei diciotto mesi di convalescenza non manifestò mai il minimo segno di sofferenza psicologica, avendo sempre ricevuto il dovuto affetto dalla famiglia. Ma, a volte, ritornava sui suoi negativi passi, dal momento che lo Stato non lo richiamava al proprio servizio, anche per ricevere soltanto lo stipendio dovuto. Come se non bastasse, non ricevette neanche il sussidio d’assistenza economica.

Insomma, uno Stato anarchico e lontano dai propri doveri istituzionali e sociali. Questo accadeva nell’arma dei Carabinieri.

Francesco, questo era il nome del mio giovane fratello, si sentiva discriminato dallo Stato, come se fosse stato privato di tutti i diritti. Per cui, psicologicamente si sentiva come una persona non più utile a nulla. Gli affetti di casa e le necessità della vita non gli mancavano. Però, a casa nostra sembrava che persone non benevole volessero intrufolarsi tra i nostri affetti, persone a lui non gradite, così come a me. Purtroppo ciò avveniva periodicamente ma noi ne eravamo all’oscuro. Iniziò a venire meno quell’unione gioiosa prima brillante.

Allora l’aveva accompagnato a casa nostra un suo commilitone, il maresciallo Rinaldi, che ci spiegò la gravità dell’infame fatto ai danni, senza motivo, del povero carabiniere Francesco, con un infame abuso di potere, tale da distruggere una persona buona e perbene. Egli ci disse anche che era stato sempre una persona elegante e onesta, con molte amiche che l’ammiravano e lo cercavano. Non poté quindi dimenticare la gravità di quel gesto. Basti pensare al fatto che si trovava già senza impegno di servizio e di lavoro. Insomma, questa situazione cominciò ad aggravarsi, quando iniziò a sentirsi a carico del padre, con la madre morta anni prima. Una serie di fattori negativi, di natura soprattutto psicologica, fece aggravare la sua personalità, facendolo sentire inutile alla società, pur avendo massime cure nei riguardi di quest’ultima. Morì nel luglio del 1994. Insomma, una vita distrutta senza che nessuno ne fosse responsabile. Anche lo Stato è stato assente, non sostenendolo con una pensione.

Andando al dunque, mio fratello non era malato psicologicamente, ma avrebbe dovuto avere giustizia dallo Stato. Solo così avrebbe potuto dimenticare il vile torto subito, anziché perdere la gioia, giorno dopo giorno. Presso l’ospedale psichiatrico (manicomio) io, già allora, parlando con il Primario, professore di fama internazionale, dicevo che per me la pazzia non era genetica né congenita, ma esclusivamente sociale. Erano gli anni ’50. Che avevo ragione lo stanno scoprendo oggi gli scienziati che lavorano nell’ambito della psichiatria e dalla sociologia. Infatti, a verità della mia “teoria”, ricordo che negli anni ’60, un certo Mario Masculin aveva istituito un’“Accademia dei matti”, il cui dirigente era un certo Dario D’Ambrosio a Roma. Questa teoria è stata applicata anche in altri luoghi simili. Diversi ospedali psichiatrici avevano organizzato delle piccole compagnie teatrali regionali che in alcune città riscuotevano anche successo. Nell’ospedale psichiatrico di Messina, il mio povero fratello Francesco aveva il ruolo di cantante tenore, con una voce di alto gradimento. Era anche felice ed era rientrato nella fase di rimozione degli infami fatti che gli erano accaduti nel passato. Purtroppo, lo spettacolo dopo diversi mesi ebbe fine, per via della mancanza di finanziamenti. Quindi tutto andò a monte, la povera gente che si stava riprendendo nello spirito e nella mente si bloccò. Un’importante terapia per “diverse” persone recuperabili fallì senza speranze. Come si dice, questa e l’Italia del menefreghismo e dell’indifferenza verso gli altri, senza doveri verso i cittadini che hanno bisogno di aiuto. Se poi penso ai politici dell’Italia “democratica” (mai esistita), che dalle istituzioni ricevono stipendi di gran lunga più alti di quelli del cittadino che lavora e produce veramente… Insomma, uno Stato a responsabilità limitata, come quelle aziende spinte non verso la produzione vera e propria, ma all’imbroglio. Il mio povero fratello non solo non è stato aiutato dallo Stato, ma ne è stato ucciso due volte: la prima volta trascurandolo, la seconda impedendo a me di guarirlo.

Come se non bastasse, io ho menzionato lo Stato in diversi miei libri autobiografici, nei quali ho raccontato come vigliaccamente abbia bloccato lo sviluppo della mia ditta 3. S.r.t. Concludendo, hanno bloccato tutta la mia vita di ricerca tecnologica, impedendomi di portare avanti cose ancore sconosciute all’umanità. Questa non è democrazia! Questa è l’Italia che gli italiani di buon senso non hanno mai voluto e che non vorranno mai.

Le prove di quanto vado affermando da sessant’anni le ho vissute, oltre che attraverso la storia di mio fratello, anche sulla mia pelle. Non è una barzelletta ma un dato di fatto.

Nel lontano 1986 fui vigliaccamente arrestato senza motivo, o per ignoranza dei fatti da parte della polizia, o per mancate indagini ricognitive volte ad accertare la verità sul mio conto, prima e dopo l’abuso d’arresto e sulla mia vita professionale e lavorativa, arresto che non prese in considerazione i danni che avrebbe arrecato al sottoscritto, portandolo al carcere di San Vittore. Vi rimasi per cinque mesi e diciannove giorni. Alcuni psicologi volontari, dopo aver conosciuto la vicenda, grazie alla loro capacità professionale, si resero conto che si trovavano di fronte a un arresto terribilmente anomalo. Allora fecero urgentemente richiesta per la scarcerazione.

Una volta uscito da San Vittore, mi sono trovato in un disagio totale. Scoprì che la mia caldaia di riscaldamento era rimasta accesa per sei mesi, dal momento che la polizia non mi aveva permesse di spegnerla. Per tutto quel periodo aveva rappresentato un grave pericolo  per tutto il condominio, anche perché non era a combustione esterna ma di quei modelli vecchi che avrebbe potuto avviare un’autocombustione e far esplodere tutto il condominio. Io, essendo una persona onesta, sicuro di poter uscire dal carcere da un giorno all’altro, manifestavo sempre meno insistenza per poter andare a spegnerla. Di fatto, se fosse avvenuto qualcosa di brutto, i guai sarebbero stati molto gravi per gli organi giudiziari, per non avermi permesso di spegnerla.

Solo, senza più affetti e senza soldi, ero disperato, con tutto il disordine che la polizia aveva provocato nella mia casetta. Mi avvicinai a qualche conoscente per ricevere supporto morale, conforto spirituale e qualche aiuto economico, dato che i conti correnti della mia ditta erano stati bloccati dagli inquirenti. Tutto mi stava crollando addosso.

A questo punto mi rivolsi al sindaco per poter chiedere aiuto ed esternare l’infame torto subito. Dal telefono a gettoni, telefonai al sindaco di allora, Paolo Pillitteri, e per via della molta emozione, rabbia e pianto, mi esortò a scrivergli una lettera, alla quale provvidi nello stesso giorno e che poi gli portai direttamente presso la sede del Comune. Attesi la risposta per qualche giorno: mi mandò il nominativo dell’assessore che mi disse di presentarmi all’Ufficio dei Diritti del Cittadino. Allora il Direttore dei diritti del cittadino con l’assessore addetto mi affidarono a tre specialisti dell’Asl: una psicologa, una sociologa e una psichiatra. Così, non solo potevano occuparsi di me, ma soprattutto assegnarmi un assegno per la mia sopravvivenza, di £ 500.000 mensili, che mi furono preziose, perché le banche in cui avevo i conti correnti mi impedivano il prelievo del denaro.

La disperazione in cui versavo era massima, ma ero sempre attento a tutto e a quanto si verificava ogni giorno che passava, sempre più amaro e avvelenato. Non imploravo la morte, ma ero sempre in attesa di verità e giustizia umana e divina.

Con gli specialisti medici dell’Asl c’era un buon rapporto medico-paziente. Per me loro rappresentavano un momento di sfogo e di giustizia mancata. Consideravo ognuno di loro come un amico, anche se per loro ero un “paziente da curare”, condizione che accettavo volentieri, ma, nello stesso tempo, tenendo sotto controllo le loro azioni nei miei confronti.

Infatti, in più di una dozzina d’anni vi sono stati mutamenti e cambi degli specialisti che mi avevano in cura, avendo ognuno il proprio modo d’agire nei miei confronti.

L’ultimo psicologo, con il quale si è creata una simpatia e un’ottima conoscenza professionale, è stato quello che mi ha fatto capire che professionisti seri nelle Asl esistono e sono presenti. Con la sociologa, il rapporto non è andato per le lunghe, forse perché le mie conoscenze di sociologia erano superiori alle sue.

Con la psichiatria, non so cosa sia avvenuto. Anche in questo caso, essendo io psicologicamente studioso di questa materia, li trattavo come buoni amici, rispettoso verso di loro ma, in fatto di terapie, li tenevo sotto controllo. Infatti, due psichiatri li consideravo medici saggi in grado di capire la mia personalità e la gravità dell’infamia ricevuta. Avevano capito che ero bisognoso di cure affettive e non di cure demolitive, come l’assunzione dei farmaci Disperdal, Serenase, ecc., che presi in buona fede, ma che colpivano la personalità, inibendo ogni potenziale capacità culturale e intellettiva. Con ciò non intendo svalutare l’ottima professionalità del medico, ma, in questo caso, bisogna dire che sarebbe necessario modificare le leggi teoriche che le università insegnano, precisando che i disturbi psichiatrici spesso sono dovuti a vari e problemi d’ordine sociale e non, come sempre è stato detto, d’ordine genetico (salvo rari casi da valutare attentamente).

A questo punto mi sono reso conto che quanto asserivo negli anni ’50 era vero, avendo scoperto un male sociale terribile, quello della paranoia e schizofrenia, e che le medicine come quelle sopra citate sono soltanto degli antidepressivi dannosi che non curano, ma che fanno più danno. Lo stesso quando vengono somministrati a quei pazienti incontrollabili, pericolosi per sé e per gli altri. Chissà perché volevano somministrare dette medicine che facevano più ammalare che guarire, tenendo conto, inoltre, che ero io l’uomo che tenevo psicologicamente sotto controllo loro e non il contrario.

Viceversa, con l’ultima psichiatra, che io consideravo anche un’amica, nacque una specie di confidenza professionale e quindi una collaborazione socio-civico-culturale. Tale rapporto periodico durò per quasi ben cinque anni, terminato nel settembre 2006. In tanti anni gli appuntamenti periodici sono stati di massima puntualità, anche perché per me erano dei momenti che definivo umani e sociali, di cui avevo tanto bisogno.

Dal lontano 19 dicembre 1986 dovetti subire un’ingiustizia umana tra le peggiori che si possano conoscere. Io, con le mie sofferenze e grazie alla cultura della conoscenza sociale del mio DNA, sono riuscito a dominare quest’infame e selvaggia società, rappresentata da una parte di politici e di giudici tali da tenere sotto controllo, in primo luogo, la mia personalità, tentando continuamente di farmi perdere il controllo con infami provocazioni.

Per le provocazioni fatte dagli organi di giustizia in ventiquattro anni, come minimo avrei dovuto agire con colpi di testa, ma, al contrario, non mi sono fatto sopraffare dalla labilità che ognuno di noi possiede indipendentemente dalla debolezza.

Questo mondo, che appare evoluto, di fatto è arretrato in termini di esistenza e di giustizia sociale, tenendo conto della durata della vita e del modo in cui la stiamo trascorrendo.

Il voler documentare questi fatti nasce dall’esigenza di metterli a conoscenza del pubblico e non per fare un atto d’offesa verso i medici in genere. Inoltre l’utilità sta nel dare buone basi ai medici relativamente al malessere che si accusa; solo così il medico potrà diagnosticare, nel miglior dei modi, il male in atto e stabilire, quindi, la terapia necessaria per curarlo.

È da una dozzina d’anni che vorrei scrivere un libro dal titolo “Ognuno deve essere il primo medico di se stesso”; solo così, infatti, il medico potrà avere un indizio di base più chiaro per il bene non solo del medico stesso ma, soprattutto, del paziente.

Era l’anno in cui venivo ricoverato in ospedale con un’ernia inguinale per essere sottoposto ad un’operazione. Si trattava di un intervento da svolgere nella parte destra, mentre in sala operatoria stavano preparando la parte sinistra. La mia segnalazione è stata importante per evitare l’incauto errore che si stava per verificare. Hanno gradito il mio gesto tanto da ringraziarmi. Ecco cosa vuol dire che ognuno deve essere il primo medico di se stesso. Può accadere a chiunque, specie in questo settore così delicato e complicato, e se si dà un suggerimento, il medico sicuramente non farà che gradirlo.

In altre casi è successa la stessa cosa, ma i medici hanno chiesto qual era la parte da visitare, se quella destra o quella sinistra. È accaduto, ad esempio, quando feci il primo intervento di cataratta, chiedendomi, al momento dell’operazione, quale dei due occhi dovessero operare. Lo stesso accadde durante un semplice lavaggio del canale uditivo. Quindi bisogna parlare sempre con il medico e suggerire quanto si sa del proprio corpo. Solo così la medicina potrà sempre migliorare.

In un altro caso (oggi verrebbe chiamato di malasanità), si trattava di un malessere menzionante e, dopo parecchie visite specialistiche accompagnate da ecografie e risultati di diagnosi, si prefigurava un possibile intervento alla vescica. Le diagnosi, secondo tutte le visite, apparivano esatte. Ma io, d’accordo con lo specialista, volli prendere tempo prima di procedere con l‘intervento. Avvenne, infatti, che, avendo rinviato l’intervento, iniziai a modificare l’alimentazione, in particolare le bevande irritanti; il malessere cominciò a sparire al punto tale che dopo due o tre mesi stavo bene, tanto che i risultati delle analisi risultavano buoni, senza alcun sospetto. Questo fatto si verificò venticinque anni fa. Con questo ho voluto dimostrare che, quando si sta male, bisogna prima cercare di capirne la causa, e segnalarla al medico che formulerà un’esatta diagnosi, perché solo così potrà decidere le terapie appropriate al male da curare.

Delle volte, e che se ne dica, non’è il medico che sbaglia (salvo eccezioni), ma il paziente che, per ignoranza o per pigrizia, non dà al medico le giuste nozioni di malessere che accusa e perché gli sia venuto.

Oggi è 8/02/2011 e sono andato al Tribunale per depositare una denuncia-querela contro le banche insieme all’avvocato, perché si sono appropriate indebitamente del mio denaro sin dal lontano 1990. Questo sta a indicare che, nonostante i ventitré anni di martellamento psicologico, la costante forza di resistere per avere giustizia è stata tanto grande che non mi ha permesso di essere sopraffatto dalle continue umiliazioni subite nel tempo. Se non avessi avuto la costanza e la forza della ragione per resistere – come succede spesso alle persone più deboli –, sarei crollato, commettendo anche azioni violente di qualunque genere. Infatti, in tutti questi anni ci sono stati momenti tali da perdere la pazienza e abbandonarmi a qualsiasi azione, anche violenta.

Quindi, alla luce di quanto sopra, bisogna essere determinati a non farsi sopraffare della labilità e della debolezza mentale umana, in seguito alle quali subentrano le complicanze psicologiche e psichiatriche che possono portare al peggio.