Roma post sciopero 17.10.2011

Dopo lo sciopero e i tafferugli di Roma avvenuti ieri, i commenti politici, giunti da destra e da sinistra, sono stati tutti concordi sul fatto che la pacifica manifestazione è stata turbata da un numero minore di delinquenti che ha causato solamente danno. Ognuno di noi è convinto che detto sciopero non è stato sereno, come avrebbe dovuto essere. Io, a mente tranquilla, ho tratto una conclusione di quanto affermano politici e cittadini senza criterio e cioè che non è che non sia riuscito, ma che non si siano saputi valutari i fatti e le motivazioni politico-sociali, e, se volete, anche le condizioni psicopatologiche di alcuni soggetti che solo e soltanto in quelle occasioni non riescono a trattenere la rabbia e il dolore. Una strana cosa che nessuno abbia valutato il fatto che in democrazia gli scioperi dovrebbero essere l’ultima arma da utilizzare. Ma in Italia, dall’avvento della “democrazia”, gli scioperi popolari si sono sempre svolti, senza che nessuno si accorgesse, però, che, di fatto, fossero un palliativo, comodo agli stessi politici e ai sindacati, con il quale non risolve nulla, poiché ciò che dovrebbero risolvere a tavolino i responsabili non deve essere combattuto in sede politica. È la formula della caramella che si dà al bambino quando piange… il bambino ricomincerà a farlo dopo averla mangiata.

Personalmente non sono favorevole a episodi di guerriglia urbana e di violenze di nessun tipo, ma non posso sottovalutare le situazioni in cui noi tutti stiamo versando. Voglio mettere a prova di pensiero e d’intelligenza quanto “alcuni politici” affermano, servendoci di un linguaggio che ricorda il gioco con le carte, lo “scopone”: e cioè espressioni del tipo “colui o coloro che hanno vinto” e “coloro che hanno perso”.

Io pregherei vivamente tutti quei politici che usano detto linguaggio di farvi ricorso solo e soltanto nel gioco delle carte, perché tutti loro – di destra e di sinistra – hanno il dovere di governare l’Italia, perché governare il Paese significa essere attenti e al servizio dello Stato e, quindi, al popolo. E se il popolo si ribella, loro tutti devono risolvere il problema in seguito al quale la protesta è nata. I signori politici non devono permettersi di offendere nessun cittadino, perché i primi a farsi un’analisi di coscienza dovranno essere proprio loro. Dovranno essere loro a restituire il surplus di stipendio che percepiscono quali “impiegati dello Stato”, per potenziare i servizi di cui il popolo necessita.

Queste parole mi escono di getto e con rabbia, poiché tutti abbiamo ascoltato dalle televisioni che un politico “non politico” riceve uno stipendio annuale di 145.000 €. Io invito tutti a farsi ridurre la somma annuale, facendola rientrare nei parametri di necessità di vita per un lavoro d’impiegato di categoria dello Stato. Lo stesso vale per i pensionati che percepiscono somme spropositate, che devono essere regolate da parametri da stabilire.

Torno su quanto ho già affermato in alcuni blog presenti sul web, e cioè che oggi, terzo millennio, la ricchezza andrebbe distribuita in maniera adeguata al lavoro, in base a quanto ognuno di noi produce, tenendo presente che le retribuzioni dovrebbero andare non oltre i sei parametri, ad eccezione del Presidente della Repubblica. Il parametro più basso non dovrebbe essere inferiore ai 1.500/2.000 € mensili, mentre quello più alto non dovrebbe superare i 4.000/5.000 € mensili.

Per quanto riguarda, infine, i ricchi che fanno finta di vivere da poveri, sarebbe giusto che si facesse un censimento sui grandi palazzi da loro posseduti e sui loro redditi da nababbi.

Insomma, il nostro Paese non è all’altezza dell’uomo sociale e umano, anzi quest’ultimo ci è completamente sconosciuto. Lo dico con molto dolore e senza alcuna riserva, perché non è concepibile che chi produce ricchezza soffra e non riesca a vivere dignitosamente, dovendo servire chi non produce e non partecipa a nessun tipo di servizio e di utilità per la comunità in cui vive.

Santino Scuderi